10 • 02 • 2021

Il diritto alla connessione e i diritti sociali, tra spunti normativi ed esigenze evolutive.


L’emergenza sanitaria globale, derivante dalla diffusione del virus Covid-19, ha messo ancor più in evidenza, ove ce ne fosse stato bisogno, l’intrinseca centralità che riveste il digitale e la possibilità di un effettivo accesso a Internet sul piano umano e sociale, ancor prima che economico.
Senza una (stabile) connessione, infatti, potrebbero risultare pregiudicati diritti di rilievo costituzionale, tra i quali, in via esemplificativa, il diritto all’istruzione, inattuabile in un contesto di lockdown generale e generalizzato, al lavoro (quanto meno a certi tipi di lavoro), ad alcuni servizi pubblici e così via.

Ma se la pandemia ha contribuito a mettere in luce la centralità della possibilità di fruire dell’accesso a Internet nell’attuale contesto sociale, tali riflessioni non possono dirsi certamente nuove sul piano politico e giuridico.

Basti pensare al report dall’Human Right Council delle Nazioni Unite del 2011, nel quale non solo è stato evidenziato il ruolo di “facilitatore” dell’accesso a Internet per l’effettivo e pieno godimento dei diritti dell’uomo, ma veniva altresì richiesto in modo netto a tutti gli Stati di attuare politiche volte a rendere Internet pienamente accessibile, disponibile ed economicamente sostenibile per l’intera società.

In tal senso, la posizione dell’HRC ha contribuito in maniera netta a delineare una concezione di “right to internet access”, anche alla luce del fatto che – come chiarito nel report citato – limitazioni o esclusioni all’accesso al cyberspazio definite dagli Stati sarebbero da intendersi come una violazione della Convenzione dei Diritti dell’Uomo.

In altri termini, l’accesso a Internet, non quale mero strumento per far valere ulteriori e differenti diritti, è divenuto una precondizione per rivestire un ruolo attivo nella vita sociale.

Su internet si acquistano beni e servizi, si svolge attività di impresa, ci si forma e ci si informa, si interagisce e ci si esprime. La crescente rilevanza che il cyberspazio ha nelle moderne società ha avuto un corollario concreto: l’accesso a Internet è divenuto un presupposto sempre più rilevante per una effettiva inclusione sociale.

E da libertà da assicurare alla collettività, l’accesso a Internet sempre più spesso viene inteso, anche dalle Istituzioni e dalla moderna letteratura giuridica, quale diritto sociale, che per sua natura è necessario promuovere, sviluppare e regolare.

In tal senso vanno lette, nel contesto domestico, le proposte di inserire il diritto all’accesso ad Internet all’interno della Carta Costituzionale e le recenti novità normative, che hanno riguardato tanto elementi basilari per la promozione dell’accesso a Internet e al digitale (si veda il “Kit di digitalizzazione” previsto nella finanziaria del 2020, con il quale, a determinate condizioni, si potranno ottenere per un anno smartphone e giga gratuiti); quanto il tentativo di fornire una prima disciplina legislativa concernente i principali fenomeni “Tech” (es. blockchain, sandbox e smart contract).

Tentativi, quelli riportati, certamente lodevoli e degni di considerazione, ma che si scontrano con la realtà fotografata nel 2020 dal Digital Economy e Social Index (DESI).
Se sotto il profilo infrastrutturale i risultati risultano in lieve miglioramento, ancorché non ancora pienamente soddisfacenti rispetto al collocamento dell’Italia nel ranking europeo, l’indice relativo al “capitale umano” mostra uno scenario preoccupante.

Basti considerare, sul punto, che quasi un quinto della popolazione italiana mai ha acceduto a Internet, mentre un terzo non ha mai utilizzato servizi pubblici digitali. Ancora, solamente il 42% delle persone ricomprese tra i 16 e i 74 anni ha competenze digitali di base e unicamente il 22% possiede competenze digitali avanzate.

In tale contesto, la diffusione di conoscenze digitali assume un rilievo primario non solo per la modernizzazione del Paese e lo sviluppo economico, ma anche, e soprattutto, per la promozione dei diritti dell’uomo e di una effettiva partecipazione e inclusione sociale.

Non solo: la sempre maggiore digitalizzazione di molti processi produttivi impone la necessità di possedere competenze digitali e, in aggiunta, l’avvento di tecnologie “disruptive” sta comportando una crescente necessità di soggetti in possesso di nuove competenze in ambito ICT, in linea con quanto descritto nei report annuali del World Economic Forum. In altri termini, l’accrescimento di competenze digitali nella popolazione diviene nevralgico nell’assicurare un ulteriore diritto fondamentale, il diritto al lavoro.

In definitiva, è necessario un deciso cambio di paradigma nell’affrontare le sfide sociali ed economiche poste dalle repentine innovazioni digitali che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni. È vitale che le Istituzioni indichino in quale modo intendano promuovere la diffusione effettiva ed efficace di conoscenze digitali trasversalmente nella popolazione e come intendano garantire un concreto accesso al digitale e a Internet. È necessaria la definizione di programmi di formazione e sviluppo misurabili e efficienti in ambito IT nelle scuole e nelle università.

È ferma convinzione dell’Italian Insurtech Association che tali necessità di cambiamento non riguardino unicamente l’ecosistema assicurativo – inteso come produttori, distributori e clientela: è un mutamento che deve investire l’intero sistema Paese, in un’ottica di inclusione sociale e sviluppo economico.

In altri termini, di fronte ai radicali cambiamenti sociali che stanno caratterizzando il nostro Paese e il mondo intero, la sfida posta dal digitale non è più prorogabile, ma deve essere affrontata e posta al centro dei programmi della classe dirigente.

Italian Insurtech Association (con il contributo dell’avv. Federico Cappellini)