La sottoassicurazione italiana nasce anche tra i banchi di scuola

Di Simone Ranucci Brandimarte

L’Italia fatica a programmare oltre l’orizzonte della legislatura. Ma ci sono partite che non si possono vincere in quattro anni, perché richiedono tempo per produrre risultati. La cultura finanziaria e assicurativa è una di queste. I quindicenni di oggi saranno gli assicurati, i risparmiatori, gli imprenditori e i decisori economici del 2046. Le competenze che avranno dipendono anche da ciò che scegliamo di fare oggi.

È una prospettiva che il nostro Paese fatica ad adottare. Dal 1948 a oggi si sono succeduti 67 governi guidati da 29 presidenti del Consiglio diversi, con una durata media di appena 414 giorni. La programmazione pubblica continua così ad avere un orizzonte prevalentemente legato al ciclo politico. È comprensibile: gli investimenti di lungo periodo hanno costi immediati e benefici che arrivano molto più avanti. Ma proprio per questo alcune sfide rischiano di essere continuamente rimandate.

L’educazione finanziaria e assicurativa è una di queste. E i dati dicono che il problema non riguarda soltanto i giovani.

Un deficit che diventa un rischio economico

L’indagine PISA 2022 dell’OCSE assegna agli studenti italiani 484 punti in alfabetizzazione finanziaria, contro una media di 498 nei Paesi più sviluppati. Solo il 5% raggiunge il livello più alto di competenza, contro l’11% della media OCSE, mentre il 18% non raggiunge nemmeno il livello base. Non è una differenza astratta: significa avere meno strumenti per riconoscere un tentativo di phishing, valutare un investimento o comprendere le conseguenze di un prestito.

Il problema non si risolve con l’ingresso nell’età adulta. Le rilevazioni OCSE collocano a 61 punti su 100 il livello medio di alfabetizzazione finanziaria degli adulti italiani. Solo il 30% risparmia in modo attivo e pianificato. Sul fronte assicurativo, la prima indagine nazionale IVASS ha fissato a 54 punti su 100 l’indice generale di cultura assicurativa. Più del 70% degli intervistati ritiene inadeguata la propria preparazione.

Questo deficit di conoscenza ha una conseguenza concreta: rende più difficile prendere decisioni corrette sulla protezione del proprio patrimonio, sulla previdenza, sul risparmio e sulla gestione dei rischi. E contribuisce a mantenere l’Italia strutturalmente sottoassicurata.

Nei rami danni, la raccolta premi italiana si è fermata a circa 35,7 miliardi di euro, contro i 104,9 miliardi della Francia e gli 88,6 della Germania. Nei rami vita, l’Italia raggiunge 95,9 miliardi, mentre Francia e Germania arrivano rispettivamente a 167,7 e 150,2 miliardi. A frenare la sottoscrizione non c’è soltanto il prezzo: il 67,5% degli intervistati IVASS indica il costo delle polizze come principale ostacolo, ma un intervistato su due segnala anche la scarsa comprensibilità dei prodotti e resta forte la sfiducia verso il settore.

 

 

Il cliente di domani si costruisce oggi

Per questo l’educazione finanziaria e assicurativa non può essere una semplice campagna di informazione: è un investimento sulle competenze di una generazione.

Il quindicenne rilevato da PISA nel 2022 avrà 39 anni nel 2046. Sarà nel pieno della vita lavorativa e dovrà prendere decisioni su polizze, previdenza complementare, patrimonio, investimenti e protezione della propria attività. La qualità di quelle scelte dipenderà anche dalle competenze costruite oggi.

È qui che l’educazione finanziaria e assicurativa diventa una questione di mercato. Le competenze che non costruiamo oggi sono un costo che il sistema rischia di pagare per decenni. Il confronto europeo mostra che la continuità conta. In Spagna l’educazione finanziaria è materia scolastica strutturata dal 2014, dalla primaria alla secondaria. In Italia l’inserimento nell’educazione civica, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, va nella stessa direzione. Ma l’efficacia si misurerà sulle generazioni che, tra dieci, quindici o vent’anni, saranno chiamate a prendere decisioni economiche.

È questa la difficoltà, ma anche l’opportunità: un investimento di questo tipo non produce un ritorno immediato. Richiede continuità e coordinamento tra scuola, istituzioni, famiglie e imprese, oltre alla capacità di ragionare su un orizzonte diverso da quello del prossimo trimestre.

Il settore assicurativo e finanziario ha qui un ruolo che va oltre la responsabilità sociale d’impresa. Ogni euro investito oggi nell’educazione finanziaria e assicurativa dei più giovani può contribuire a ridurre, tra dieci o vent’anni, il costo di acquisizione di un cliente più consapevole, le scelte di copertura inadeguate e la distanza che oggi separa una larga parte degli italiani da una piena cultura assicurativa.

È una logica di filiera lunga, non di trimestre. E proprio perché la politica fatica strutturalmente a ragionare su questi tempi, questa responsabilità non può essere delegata soltanto alle istituzioni. Imprese assicurative e finanziarie, associazioni di categoria, intermediari e professionisti possono iniziare a costruire oggi il mercato di cui avranno bisogno domani.

La vera sfida non è convincere più persone a comprare una polizza. È arrivare al 2046 con una generazione capace di capire quali rischi corre e quali strumenti ha per proteggersi. Solo allora la crescita della cultura assicurativa sarà anche crescita del mercato, maggiore protezione per famiglie e imprese e, in ultima analisi, maggiore resilienza del Paese.

Fonti: OCSE-PISA 2022 Financial Literacy (INVALSI/Banca d’Italia); IVASS, Indagine sulle conoscenze e i comportamenti assicurativi degli italiani; Comitato Edufin; ANIA; Pagella Politica, dati sulla durata dei governi italiani; Il Sole 24 Ore.